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Lacplesis Day

L’11 novembre a Riga e dintorni si festeggia il Lāčplēša Diena, il giorno di Lāčplēsis, nome del poema nazionale lettone. La giornata intende commemorare i soldati che hanno combattuto per l’indipendenza della Lettonia, quasi un secolo fa. Fiaccolate e candele alle finestre e nei luoghi di commemorazione, una tradizione speciale – accendere le candele alle mura del Castello di Riga, dove vennero respinte le truppe di Bermondt-Avalov.

I Bermontiani, o “esercito russo occidentale di volontari”, era un esercito nelle province baltiche dell’ex impero durante la guerra civile russa del 1918-1920. A differenza dell’ “armata dei volontari” (i bianchi), filo-Intesa, i Bermontiani erano sostenuti dall’Impero tedesco. L’armistizio di Compiègne, all’articolo 12,  stabiliva che le truppe tedesche sarebbero dovute rimanere nelle province baltiche per aiutare a combattere i progressi dei bolscevichi, per ritirarsi una volta che gli alleati avessero determinato che la situazione fosse sotto controllo. L’ordine di ritiro venne dato solo dopo il Trattato di Versailles, firmato nel giugno 1919.

Tuttavia, solo una piccola parte dei Freikorps nel Baltico si ritirarono; il resto rimase sotto la guida del generale Rüdiger von der Goltz. Per evitare di far infuriare gli alleati e far ricadere la colpa sulla Germania, von der Goltz si ritirò nelle retrovie e unì le sue truppe ai “corpi speciali russi“, guidati dal generale cosacco Pavel Bermondt-Avalov. I due generali avevano reclutato circa 50.000 uomini: soprattutto Freikorps, i tedeschi del Baltico, così come alcuni prigionieri di guerra russi catturati dalla Germania nella prima guerra mondiale e poi rilasciati con la promessa che avrebbero contribuire alla lotta contro i bolscevichi nella guerra civile russa. L’armata dichiarò di unirsi alle forze di Aleksandr Kolchak e di marciare per attaccare i bolscevichi, ma il loro vero obiettivo era quello di sostenere la potenza tedesca nella regione del Baltico.

Nel mese di ottobre 1919 i bermontiani attaccarono i nuovi stati indipendenti di Lituania e Lettonia, cui la Germania aveva concesso l’indipendenza. L’armata occupò brevemente la riva occidentale del fiume Daugava a Riga, e il governo di Karlis Ulmanis dovuto chiedere aiuto militare a Lituania ed Estonia. Gli estoni inviato due treni blindati per aiutare i lettoni (secondo alcune spiegazioni, in cambio della cessione dell’isola di Ruhnu e delle sue acque territoriali all’Estonia), mentre i lituani erano impegnati in battaglie con i bolscevichi e non poteva che emettere proteste diplomatiche. I lettoni ricevettero anche il contributo dei cannoni di una nave da guerra della British Royal Navy al porto di Riga.

Nel mese di novembre l’esercito lettone riuscì a respingere l’armata di Bermont-Avalov in territorio lituano. Infine, perso l’appoggio dei polacchi, i bermontiani subirono pesanti sconfitte dai lituani vicino Radviliškis, un importante centro ferroviario. Dopo il coinvolgimento della missione militare dell’Intesa, i restanti elementi dell’esercito russo occidentale di volontari si ritirarono dal Baltico in Germania.

di Gilles Johnson

Europe Lenteur

2023. Questa è la data in cui la Turchia sarà membro dell’Unione europea … o non lo sarà mai più. Questa è almeno la data stabilita da Recep Tayyip Erdogan durante la sua ultima visita ufficiale a Berlino il 31 ottobre.

Il primo ministro turco non ha scelto questa data a caso. L’anno 2023 coinciderà con il centenario della fondazione della Turchia moderna da parte di Mustafa Kemal Ataturk. Una data fortemente simbolica per i turchi e per i quali il primo ministro spera di segnare un grande successo, con o senza l’UE.

Da parte sua, l’Unione Europea non ha ufficialmente risposto all’ultimatum di Erdogan, pur esprimendo un certo imbarazzo, come ha rilevato Joost Lagendijk, ex eurodeputato olandese e la Turchia in un editoriale pubblicato su Today’s Zaman, quotidiano turco in lingua inglese [vicino al partito AKP, n.d.t.]. Per l’ex eurodeputato ecologista, la mancanza di reazione da parte delle autorità europee ha rivelato un certo disagio, ma anche una certa cautela, ricordando il processo di adesione pasticciata di Romania e Bulgaria nel 2007.

Con un ultimatum, Ankara vuole chiamare il bluff dell’UE e mostrare la sua esasperazione. Va detto che la Turchia ha la sensazione di essere presa in giro da molti anni e che l’Unione Europea non sia disposta a mettere le cose in chiaro. Ottimisti ed entusiasti per un po’, i turchi hanno ora la sensazione di essere truffati da un’Europa che non li vuole, ma non ha il coraggio di dirglielo chiaramente. Avviati nel mese di ottobre 2005, i negoziati d’adesione continuano a rallentare. Alcuni paesi dell’UE – tra cui Francia e Germania – deliberatamente bloccano alcuni capitoli strategici quali la libera circolazione delle merci e dei lavoratori o anche la politica economica e monetaria senza dimenticare la politica estera, di sicurezza e di difesa. Per i paesi membri UE tutte le scuse sembrano buone per rallentare il processo di adesione: il problema di Cipro, i diritti umani, la questione dei confini… tanti atteggiamenti e comportamenti che alla fine hanno convinto le autorità turche della mancanza di volontà della UE e dei suoi paesi membri sul proseguimento del processo di adesione. Alcuni, nell’Unione, sperano persino in un termine anticipato dei negoziati nei prossimi anni, con Ankara che sbatta la porta.

Tuttavia, ponendo una scadenza, la Turchia spera di rilanciare il processo di adesione all’Unione europea per il momento in fase di stallo, tanto più che il contesto internazionale è favorevole a causa della crisi siriana. Un modo per mettere l’UE e i suoi Stati membri di fronte alle loro responsabilità e ottenere risultati concreti alla fine. Per di più, una probabile ripresa dei negoziati con un ordine del giorno predefinito avrebbe un effetto importante sulla Turchia, che sembra mettere in pausa le sue riforme, e sulla sua opinione pubblica sempre meno europeista.

In realtà, tutto dipenderà dalla UE e dai suoi Stati membri e la loro capacità di rispondere all’ultimatum turco. Per Joost Lagendijk, si tratta di una reale opportunità (al momento ancora mancata) per continuare i negoziati di adesione su nuove basi, con obiettivi più realistici. Per la Turchia, la sfida è quella di dimostrare la propria volontà di aderire all’UE conducendo le riforme necessarie principali e facendo pressione su Bruxelles. L’obiettivo 2023 ha almeno il merito di stabilire un calendario e di porre fine una volta per tutte ad una posizione ambigua da parte della UE che continua ad esasperare la Turchia; la mossa di Erdogan potrebbe dare nuovo impulso ad una situazione che è rimasta bloccata e non fa comodo ormai a nessuno.

Gilles Johnson è un blogger francese, attivista del Partito Socialista e cofondatore della ONG Young Europe. Versione originale dell’articolo su Actupol 3.0. Traduzione di Davide Denti.

Croazia

Twilight of the Heroes, il crepuscolo degli eroi. Il nuovo documentario dello European Stability Institute (qui il trailer) racconta la storia del prossimo stato membro UE: come la Croazia, costretta all’isolamento negli anni ’90 dal regime autoritario di Tudjman, se ne è liberata dopo la sua morte, ha fatto i conti con il proprio passato ed è riuscita a convincere gli altri paesi di essere pronta ad aderire all’Unione.

Oltre ai video d’archivio, i documentaristi hanno intervistato i maggiori protagonisti delle vicende croate degli ultimi dieci anni – i presidenti Sanader, Mesic e Josipovic, il procuratore internazionale Carla Del Ponte, i veterani del conflitto e gli attivisti del cambiamento. Il film racconta in un’ora un decennio di trasformazione della politica e della società croata, e di come l’idea europea può ancora essere d’ispirazione per un cambiamento.

In particolare, la narrazione segue le vicende del generale Ante Gotovina, dalla sua celebrazione come eroe dell’indipendenza alla sua condanna all’Aja per crimini di guerra, e del secondo presidente croato, Ivo Sanader, che ha preso in mano l’HDZ, un partito agonizzante dopo la morte di Tudjman, l’ha portato di nuovo alla vittoria elettorale su una piattaforma europeista, ha acconsentito alla trasformazione europea della Croazia ed infine ha pagato con il carcere e la messa in stato d’accusa del suo stesso partito per i fatti degli anni ’90. Un leader controverso, Sanader, il cui messaggio per gli altri leader e capipopolo dei Balcani non è rassicurante: la strada europea è l’unica strada per il progresso, ma il prezzo da pagare può essere alto per la stessa élite politica che vi si avvia.

LEGGI ANCHE: Financial Mafija, la Croazia criminale dal 1991 ad oggi

di Eric Gordy (trad. Davide Denti); pubblicato il 16 novembre 2012 su EastJournal

Gotovina Tudjman 534758S1

La Corte d’appello del Tribunale Penale Internazionale per crimini commessi in ex Jugoslavia (ICTY) ha emesso una sentenza di assoluzione per Ante Gotovina e Mladen Markač per i reati per i quali erano stati precedentemente condannati. In prima lettura, il giudizio sembra essere di tipo radicale, che crea una nuova norma – e la nuova norma creata sarà d’incoraggiamento per quei comandanti militari che intendono colpire i civili e quei politici che intendono progettarne l’espulsione.

Alcune persone sono molto soddisfatte della sentenza mentre altre sono indignate; la divisione segue, com’era prevedibile, linee politiche. La Corte di appello in sé non è meno divisa. I cinque giudici della giuria hanno preso la maggior parte delle loro decisioni con un voto di 3 contro 2. Considerando il giudizio principale, i due pareri dissenzienti, e i due pareri distinti allegato dai giudici che hanno votato con la maggioranza, cinque giudici ha emesso cinque pareri su questo caso. Quindi il consenso in merito alla legge e ai fatti del caso di specie non è affatto maggiore tra i membri della Corte d’appello di quanto non sia nel pubblico. Questo ci dà un risultato che non risolve la controversia, ma anzi la terra’ aperta e bruciante per un lungo periodo.

La difesa di Gotovina ha adottato una tattica alla Rodney King contro l’accusa che i civili fossero stati spinti a fuggire dai bombardamenti indiscriminati delle città in cui vivevano. Bombardamento su bombardamento, la difesa ha affermato che non fosse possibile dimostrare quale particolare attacco con esplosivi avesse causato la fuga di quali precisi civili. La Corte d’appello ha accolto la tesi, respingendo la tesi della pubblica accusa che le persone fossero state costrette alla fuga non da uno o un’altro bombardamento particolare, ma per il contesto generale di attacco che costituiva un elemento centrale della strategia militare (par. 19).

La Corte d’appello ha preso una strana decisione sullo status dell’ “iniziativa criminale comune” (Joint Criminal Enterprise, JCE) volta ad espellere con la forza la popolazione civile: i giudici hanno deciso che l’adozione dello “standard di Rodney King” sui bombardamenti rende irrilevanti le prove documentali del verbale di Brioni e le dichiarazioni pubbliche di Franjo Tuđman che indicano come l’espulsione della popolazione civile era un obiettivo delle operazioni militari. Hanno invece deciso (par. 81-82) che l’esame delle trascrizioni Brioni non indica un ordine specifico di dare qualsiasi specifico attacco di artiglieria. Così hanno deciso che la “prova indiziaria” (par. 91) non dimostra l’esistenza di una iniziativa criminale comune, trascurando gli elementi di prova diretta.

Qui si mette male. Facendo riferimento alla realizzazione di piani per l’espulsione dei civili, la Corte d’appello giunge alla conclusione che “la discussione di pretesti per attacchi di artiglieria, di potenziali fughe di civili, e di fornitura di corridoi di uscita potrebbe essere ragionevolmente interpretata come riferita a operazioni di combattimento legali e sforzi di pubbliche relazioni “(par. 93). Allo stesso modo trovano che “il fatto che la Croazia ha adottato misure discriminatorie, dopo le partenze di civili serbi dalla Krajina non dimostra che queste partenze fossero forzate” (par. 95). Un punto per la teoria letteraria post-strutturalista.

Ogni constatazione della Corte è preceduto dalla frase “con il dissenso dei giudici Agius e Pocar.” Allora, cosa dicono i giudici dissenzienti Agius e Pocar?

Agius costruisce il suo dissenso sulla sensazione che la maggioranza della Corte “sembra perdere di vista la questione essenziale in questo caso d’appello, ossia se, in base alla totalità delle prove, fosse ragionevole per la Corte di primo grado di concludere che gli attacchi contro le quattro città fossero illegali. Ad ogni paragrafo, piuttosto che guardare alla totalità delle prove e dei risultati, la maggioranza adotta una visione troppo ristretta e compartimentalizzata “(par. 3). Secondo Agius, la maggioranza della Corte ha trovato che in primo grado si sia adottato un principio non corretto per determinare se gli attacchi di artiglieria fossero illegali [lo standard di 200 metri di distanza massima tra un obiettivo militare legittimo e il punto d’esplosione, n.d.t], ma piuttosto che procedure all’applicazione di uno standard corretto essa “procede a scartare tutte le prove disponibili” (par. 13). Così Agius ritiene che la maggioranza abbia  ”rispettosamente, ma completamente” (par. 43, 71) sbagliato.

Non ci sono parole di rispetto invece da parte di Pocar, che nello spiegare il suo dissenso “con il ragionamento e le conclusioni principali della maggioranza” (par. 1) si trova sfidato da “l’enorme volume di errori e cattive ricostruzioni” (par. 2 ) nella sentenza. Come Agius, Pocar verifica che la Corte d’appello rigetta uno standard [lo standard dei 200 metri, n.d.t.], ma “non riesce a condurre il riesame degli elementi probatori che enunciò che avrebbe fatto” (par. 8). Fondamentalmente la Corte d’appello ha respinto un elemento in una serie di “prove che si rafforzano a vicenda” (par. 16) e di conseguenza ha respinto l’insieme delle prove rimanenti. In particolare, la maggioranza della Corte rifiuta di prendere in considerazione elementi di prova direttamente (ma non circostanzialmente) relativi al funzionamento dell’iniziativa criminale comune (par. 20-22). Pocar pone una domanda interessante: “anche se la maggioranza ha voluto assolvere completamente Gotovina e Markač, ci si può chiedere cosa la maggioranza ha voluto ottenere con l’annullamento della mera esistenza della JCE, piuttosto che concentrarsi sui contributi significativi di Gotovina e Markač alla JCE. La lascio come una questione aperta “(par. 30). Più categoricamente di Agius, Pocar dichiara: “Io dissento in modo fondamentale dall’intero giudizio d’appello, che contraddice qualsiasi senso di giustizia” (par. 39).

La Corte d’appello ha fatto molto di più di quanto molte persone che combattevano per l’innocenza di Gotovina e Markač avessero previsto. Non ha trovato che le persone sbagliate fossero state accusate e che fosseri stati sottoposti come capro espiatorio per i crimini che erano stati progettati da cvećke come Franjo Tudjman e Gojko Susak. La Corte ha riscontrato che non c’è stato alcun crimine.

Questa è legge nuova. Rende invalida la distinzione tra obiettivi militari e civili stabilita dalle Convenzioni dell’Aia e di Ginevra, trovando che ogni obiettivo può essere definita retrospettivamente come obiettivo militare. E svuota di contenuto la categoria degli obiettivi militari illegittimi, trovando che l’articolazione di una politica non è rilevante nel compito di caratterizzare tale politica.

Entrambi questi nuovi standard di diritto umanitario saranno molto incoraggianti per i  criminali e i comandanti militari che hanno intenzione di prendere di mira i civili in futuro. Entrambi daranno speranza alle persone che difendono Radovan Karadžić e Ratko Mladić, perché in base allo standard proposto nella sentenza d’appello, molto di ciò di cui sono accusati non è illegale.

Eric Gordy è senior lecturer in Southeast European studies alla School of Slavonic and East European Studies (SSEES) all’ University College, London. Articolo originale uscito su East Ethnia il 16 novembre 2012. Traduzione di Davide Denti

Pubblicato il 16 novembre 2012 su EastJournal

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E’ il due novembre, ma a Belgrado fanno 15° e un caldo quasi estivo. Il giorno dei morti ed ognissanti non sono festività – retaggio del calendario socialista yugoslavo – e la città è viva ed intasata di traffico come al solito. Più del solito, anzi – sono appena state in città Cathy Ashton ed Hillary Clinton, le due ‘grandes dames’ della diplomazia transatlantica, impegnate in colloqui con il neopresidente Nikolić, mentre Barroso a Bruxelles predispone i prossimi incontri dei primi ministri di Serbia e Kosovo, Dačić e Thaçi. Il messaggio è fondamentale: l’Occidente manterrà la sua apertura verso la Serbia – integrazione europea e commercio – se la Serbia manterrà il suo pragmatismo sulla questione del Kosovo anche con il nuovo esecutivo.

Belgrado non è la Serbia, dice qualcuno, così come Istanbul non è la Turchia. Forse entrambe le città ne sono solo l’avanguardia, la punta dell’iceberg sommerso. Eppure ciò che succede a Belgrado è significativo. La città è cresciuta negli ultimi anni, ed ha uno smalto nuovo – nonostante sulle grandi arterie continuino a circolare i bus gialli “dono del popolo del Giappone” e i tram rossi di produzione bielorussa, che riportano ad un passato prossimo di ricostruzione.

Così capita di sentirsi rispondere l’inaspettato, dai giovani di Belgrado. Elena, 24 anni e una laurea in linguistica e in studi europei a Varsavia: “vorrei lavorare come consigliere per EULEX a Pristina”. Ivan, 28 anni e un diploma di tecnico informatico: “lasciamo perdere tutta questa questione del Kosovo e ricominciamo da capo, da zero, come un paese europeo”. Maja, 22 anni, guida turistica e studente di management all’università: “Ho lasciato il villaggio di Obilic, fuori Pristina, nel 1999. Da 13 anni la mia famiglia vive a Belgrado, ormai sono di qui. Ma ho ancora cugini e parenti in Kosovo, mi piacerebbe tornare a trovarli e vedere i luoghi della mia infanzia. Finora non c’è stato un momento buono per organizzare il viaggio”.

Come la repubblica serba ha ripreso sulla bandiera e sullo stemma i vecchi simboli monarchici dei Karadjeordjevic, così la città bianca ha ripreso la sua toponomastica dedicata a re e regine, principi e principesse del pantheon nazionale serbo, a partire dalla paradossale statua del principe Mihailo Obrenović che troneggia in Trg Republike, a quella poco distante di Petar Petrović Njegoš, alle due arterie commerciali di Kralja Aleksandra e Kneza Miloša.

Nei cinema, il 4 novembre, esce “Valter”. Il documentario, di Andrej Acin e con Emir Kusturica, sull’uomo Vladimir Peric e la leggenda del partigiano serbo impegnato nella difesa di Sarajevo dai tedeschi, un mito costruito dall’élite socialista e popolarizzato dal film del 1972 Valter brani Sarajevo. La locandina, con la stella e il viso dell’attore, è appesa alle pensiline del bus.

Tuttavia, le due figure più celebrate in città di questi tempi sembrano essere Ivo Andrić e Nikola Tesla. L’antitesi dello stereotipo del “balcanico”: il raffinato scrittore e diplomatico nato a Travnik, premio Nobel 1960, e l’introverso e geniale inventore che dalla Krajna cercò fortuna negli Stati Uniti, regalandoci la corrente alternata ed il motore ad induzione. Due serbi e due jugoslavi: i loro musei continuano ad attirare visitatori, e non solo turisti. A Tesla è stato intitolato l’aeroporto, per Andrić c’è una statua ed il nome della via in cui abitava – Andrićev Venac – giusto di fronte all’ingresso dell’attuale presidenza del paese. Forse più degli Obrenović e dei Karadjeordjević, più di Kusturica e Valter, sono loro due a rappresentare la Serbia, e Belgrado, oggi.

Pubblicato il 12 novembre 2012 su EastJournal

Foto: Sim-ples, flickr http://www.flickr.com/photos/sim-ples/5226825785/

Gli sloveni hanno votato domenica per il primo turno delle elezioni presidenziali. L’ex primo ministro socialdemocratico Borut Pahor, dimessosi nel settembre 2011 tra tensioni politiche e crisi economica, ha raccolto il 40% dei voti, inaspettatamente in testa rispetto al presidente uscente, l’indipendente di sinistra Danilo Türk (36,8%), che ha prevalso solo nei due collegi elettorali di Lubiana. Terzo, ed escluso dal secondo turno, è arrivato il conservatore Milan Zver (24,1%), eurodeputato del Partito Democratico Sloveno (PPE).

Si annuncia quindi una sfida interna alla sinistra a Lubjana, in un quadro politico di nuovo ribaltato. Alle elezioni presidenziali precedenti, nel 2007, Pahor aveva deciso all’ultimo di non candidarsi e di sostenere invece il diplomatico ed accademico Türk, al fine di prepararsi meglio alle politiche del 2008 – vinte, ma in grado di garantirgli il governo solo per tre anni. Le elezioni politiche anticipate di un anno fa sancivano il declino dei partiti tradizionali, socialdemocratici in primis, e l’ascesa dell’outsider Zoran Janković, che tuttavia non riusciva a coalizzare una maggioranza (anzi finiva brevemente in manette), aprendo la strada ad un nuovo governo conservatore di Janez Janša.

Oggi il candidato di Janša, l’ex ministro dell’educazione Milan Zver, non raccoglie che un quinto dei voti e non riesce a passare il secondo turno, lasciando il campo a due esponenti dei socialdemocratici. Pahor, dato per politicamente morto dopo la crisi di governo e la sconfitta pure alla presidenza del partito socialdemocratico a favore di Igor Lukšič, torna sulla scena. Türk, sostenuto dal partito di Jankovic, arranca. Nel frattempo, preoccupa la scarsa partecipazione: meno di uno sloveno su due, il 48%, è andato alle urne a questo primo turno. Si tratta del 10% in meno rispetto al 2007. Anche il numero dei candidati si è ridotto: solo tre al primo turno, rispetto ai cinque di cinque anni fa.

Certo la crisi economica che sta colpendo la Slovenia e che l’ha condotta sull’orlo della bancarotta, e le misure d’austerità del governo Janša, hanno pesato negativamente sul giudizio degli elettori su Zver. Tuttavia proprio sul voto degli elettori di centrodestra potrebbe concentrarsi la sfida tra Pahor e Türk. L’ex premier socialdemocratico ne ha recentemente attirato il rispetto per aver votato alcune riforme promosse dal governo Janša. Al contrario Türk si è rivelato una spina nel fianco per il premier conservatore: prima nel non voler sottoporre al Parlamento il suo nome per la nomina a premier, preferendo il partito di maggioranza relativa di Janković; quindi nell’ostacolare le politiche di tagli ed austerità messe in atto dal governo.

La situazione economica nel paese resta preoccupante, con la Commissione Europea che prevede un declino del PIL del -2,3% nel 2012 e del -1,6% nel 2013, mentre il rating del debito sloveno è stato declassato e i tassi d’interesse a lungo termine viaggiano attorno al 7%, un livello tecnicamente insostenibile se mantenuto troppo a lungo. La disoccupazione è a livelli record e i sindacati annunciano una giornata di protesta il 17 novembre, contro le politiche d’austerità. Con Pahor alla presidenza, Janša potrebbe garantirsi un capo di stato cooperativo se non un alleato, mentre una riconferma di Türk significherebbe altri cinque anni di relazioni non facili tra Presidenza ed esecutivo. Tuttavia, proprio Pahor era primo ministro nel 2009-2010, quando i primi segnali della crisi iniziarono a farsi sentire a Lubiana, e non fu in grado di reagire in tempo per evitare il peggio al paese. Sarà lui il timoniere adatto per allontanare la Slovenia dalla bancarotta e dal bail-out imminente?

Foto: Borut Bahor (2010), autore: sim-ples (flickr)

di Davide Denti e Valentina Di Cesare; pubblicato il 23 ottobre 2012 su EastJournal

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Il rapporto 2012 della Commissione europea sull’allargamento è stato magro di sorprese. Nessuna novità sostanziale per i paesi candidati dei Balcani, e Tirana viene “rimandata” con dodici richieste dettagliate prima di ottenere lo status di paese candidato all’adesione. Nel frattempo, nel paese impazza la criminalità: un problema in più per il governo.

Dodici punti da Bruxelles per concedere lo status di paese candidato

Tirana ha presentato la propria candidatura all’UE nel 2010, e per due volte la Commissione non l’ha accettata per via della polarizzazione politica nel paese. Ora la Direzione-Generale Allargamento della Commissione si dice orientata positivamente, a patto che Tirana completi la serie di riforme chiave precedentemente accordate. Solo allora la Commissione comunicherà al Consiglio UE, organo incaricato di prendere tale decisione, il proprio avviso positivo alla concessione dello status di paese candidato all’Albania. La stessa strategia adottata a suo tempo con la Serbia, quella di “rimandare” il paese candidato con una serie di richieste prima di concedere lo status, viene ora applicata all’Albania, che per ora rimane “candidato potenziale”. Sempre più la Commissione sembra aggiungere passaggi e condizioni, in una strategia del carciofo atta a massimizzare il suo potere d’influenza sui paesi candidati.

Le raccomandazioni inviate da Bruxelles a Tirana sono molto chiare, 12 i punti chiave su cui  sarà d’obbligo vigilare di più: riforme nell’ambito della giustizia, pubblica amministrazione e modifiche ad alcune regole di procedura parlamentare. Le elezioni parlamentari del 2013 saranno considerate un test per la fragile democrazia elettorale albanese. Il Commissario europeo per l’allargamento Štefan Füle ha affermato che i passi in avanti della classe politica albanese in questi ultimi mesi sono molti e già visibili. Füle stavolta si dichiara ottimista, anche in vista di alcuni recenti cambiamenti politici in Albania che hanno portato all’abolizione dell’immunità per parlamentari e giudici. Tuttavia a detta del Commissario europeo andrebbero potenziati gli sforzi nella lotta alla corruzione e alla violenza.

Il primato della cronaca nera: c’entrano i rapporti mafia/politica?

Ed è proprio quest’ultima che imperversa senza sosta nel paese delle aquile. Nelle ultime settimane infatti sono raddoppiati gli omicidi, gli episodi di violenza domestica, i delitti di mafia; un vero e proprio bollettino di guerra che non lascia spazio alle interpretazioni. Secondo le cifre rese note dall’Istituto dell’Unione europea per gli studi sulla sicurezza (EUISS), nell’ultimo trimestre del 2012 in Albania sono state uccise 158 persone, e sono più di 200 i feriti per cause legate alla criminalità. Moltissimi inoltre sono i casi di rapine a mano armata a qualsiasi ora del giorno e nel pieno centro delle maggiori città, numerose e spietate le aggressioni da parte di gruppi armati in molti villaggi remoti del nord del paese. Per questi motivi in Albania la cronaca criminale sta prendendo completamente il sopravvento sugli altri problemi interni, soprattutto in ambito politico ed economico.

L’interpretazione più plausibile è  che in un paese in cui la criminalità è aumentata del 40% dopo il 2010, e che detiene il triste primato in atti criminali su tutti i Balcani occidentali,  la criminalità e la politica non viaggino su due binari distaccati e paralleli, ma al contrario siano strettamente legate tra loro. Sono frequenti e noti a molti i rapporti tra criminali e agenti di polizia o funzionari giudiziari, mentre la politica di ogni schieramento e colore non è nuova ad accordi con la criminalità organizzata, specie nei momenti più delicati e nei periodi di campagne elettorali. Gli omicidi o le rapine che non hanno un movente politico sono ugualmente, secondo gli esperti, un segnale di in indebolimento politico e sociale dello stato. In una recente intervista all’analista politico albanese Mustafa Nano, questi ha dichiarato che il perpetuarsi di episodi di violenza non è da considerarsi soltanto un problema sociale interno ai nuclei familiari e alle condizioni di vita dei singoli coinvolti, ma al contrario è soprattutto un problema politico, alla  cui risoluzione i rappresentanti del governo non dovrebbero sottrarsi.

La criminalità nasce laddove lo stato non è presente, dove le leggi e le garanzie che la politica dovrebbe offrire ai cittadini vengono a mancare. Un problema da affrontare seriamente e in fretta, se Tirana vuol tenere il passo nella strategia d’adesione all’Unione Europea: una volta iniziati i negoziati d’adesione, ancora più forti saranno le pressioni perché il governo albanese adotti gli stessi standard degli altri paesi dell’Unione.

di Valentina Di Cesare e Davide Denti; pubblicato su EastJournal il 22 ottobre 2012

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Tornare a Zara nel 2013, per organizzare il 60° raduno dei dalmati italiani nel mondo? Complici le esperienze degli esuli di Pola, che vi si sono riuniti, e dell’identico proposito dei fiumani, anche gli zaratini ci stanno pensando. Secondo Lucio Toth, ormai presidente onorario della ANVGD (Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia), gli esuli dalmati devono essere presenti tanto nelle comunità d’elezione in Italia quanto nei luoghi d’origine sulla sponda orientale dell’Adriatico, per rinnovare (ma in molti casi ricreare) quel legame tranciato nel 1947.

Nonostante le leggi approvate dal Parlamento italiano dal 2000 in poi, e dell’istituzione, il 10 febbraio, della Giornata della Memoria, i dalmati aspettano ancora qualche risposta. Riaprire il dibattito storico e sociale sulla presenza italiana in Dalmazia sarà uno dei prossimi obiettivi delle associazioni degli esuli, ribadito al raduno del 2012 a Senigallia. L’obiettivo, secondo Toth, è di “riconquistare l’attenzione della cultura e dell’opinione pubblica croate nel riconoscere l’esistenza di una radicata presenza italiana lungo la costa dalmata”. Uno sforzo che “non vuole riaprire antiche ferite reciproche, ma ricostruire una memoria che non disconosca a priori il carattere plurinazionale della nostra terra”. Nessuna rivendicazione territoriale, ma anzi “il riconoscimento del carattere minoritario dell’italianità dalmata di fronte a un’innegabile maggioranza croata della popolazione, secondo l’insegnamento di quel grande dalmata e italiano che fu Niccolò Tommaseo, devono servire a vincere le tendenze negazioniste dell’estremismo nazionalista croato e del nostalgismo comunista titino.”

Ma anche in Italia il lavoro da fare, per gli esuli, è molto. Dopo quarant’anni di oblio legato alla guerra fredda, e ad un’accoglienza in patria tutt’altro che felice, con l’insensato stigma del collaborazionismo addosso, gli esuli si chiedono: “Come ci vedono gli italiani?”. L’idea delle associazioni è di promuovere la conoscenza attraverso le scuole e le università, anche attraverso i racconti e le testimonianze dei protagonisti dell’esodo. Durante i giorni del raduno di Senigallia si è molto parlato dei tragici eventi avvenuti dopo la Seconda Guerra Mondiale, e non solo. Perché le ragioni dell’esodo affondano nel XIX secolo, e anche l’analisi storica deve spostarsi in un arco temporale più ampio. E’ nell’ ‘800 che iniziano a formarsi i movimenti nazionalisti, tanto italiani quanto slavi. Il dibattito sui confini orientali del Regno d’Italia in costruzione, durante il Risorgimento, resto spiazzato dalle conseguenze della guerra del1866 che vide la sola annessione di Veneto e Friuli. Fu allora che, nei territori rimasti asburgici, si avviò l’irredentismo. A Trieste, porto franco asburgico e città cosmopolita (vi scrivevano allora Svevo e Joyce), si svilupparono tanto il nazionalismo italiano quanto quello slavo (sloveno e croato).

Oggi, dopo quarant’anni di oblio e un brusco risveglio al tempo delle guerre jugoslave, a tali nazionalismi vanno contrapposte le comunanze. Dall’eredità della Serenissima, al comune destino europeo: nel 2013 la Croazia sarà membro UE. E se le relazioni bilaterali vanno depoliticizzandosi (era un anno fa quando Napolitano e Josipovic, a Pola, pronunciavano un comune discorso di riconciliazione) , anche la società civile può permettersi di inserirsi nella breccia. Per un’Italia che non dimentichi più una tragedia a lungo insabbiata, e per una Croazia che riconosca i legami storici e culturali del suo litorale con l’italianità.

Pubblicato il 13 ottobre 2012 su EastJournal

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Il Comitato norvegese per il premio Nobel per la pace ha deciso: la premiata, per il 2012, è l’Unione Europea. La decisione arriva come una boccata d’aria per un progetto ultimamente in crisi, e dove anche i progressi più universalmente riconosciuti (come l’Erasmus) sembrano alla mercé della visione di breve termine degli stati membri, stretti all’angolo da una crisi economica d’importazione. Secondo i norvegesi,”l’Unione e i suoi precedessori hanno contribuito per oltre sei decenni all’avanzamento della pace, della riconciliazione, della democrazia e dei diritti umani in Europa“.

I meriti storici dell’Unione Europea: pace, riconciliazione, democrazia

Sfrigolano eurofobici ed euroscettici, da Vaclav Klaus (“un tragico errore”) al premio Nobel 1983 Lech Wałęsa (“una spiacevole sorpresa”) a Nigel Farage (“umorismo di cattivo gusto”). Ma i meriti storici dell’Unione sono innegabili, e vanno riconosciuti e tenuti ben davanti agli occhi in questi momenti difficili. Le “gravi difficoltà economiche e il considerabile malcontento sociale” attuale non devono far dimentare, secondo il Comitato Nobel, il più importante risultato dell’Unione: aver “aiutato a trasformare la maggior parte dell’Europa da un continente di guerra in un continente di pace“.

La pace, dunque, come merito fondamentale del progetto federale europeo. E non solo attraverso la riconciliazione franco-tedesca (tre guerre in settant’anni, seguite da sessant’anni di pace), ma anche attraverso la politica d’allargamento, tanto bistrattata ultimamente. Politica che ha consentito l’ancoraggio della democrazia laddove l’autocrazia retrocedeva, a cominciare dai paesi mediterranei post-autocratici negli anni ’80 (Grecia, Spagna e Portogallo) fino all’Europa centro-orientale negli anni ’90. Anche l’attuale fattore di spinta dell’UE verso democrazia, riconciliazione e diritti umani nei Balcani e in Turchia è riconosciuto ed evidenziato dal Comitato Nobel.

La promozione della democrazia nel mondo: in attesa del premio Sakharov 2012

Ma l’Unione non sta con le mani in mano. Il 26 ottobre, il Parlamento Europeo annuncerà il vincitore 2012 del suo piccolo premio Nobel, il premio Sakharov per la Libertà di Pensiero, dal nome del fisico e dissidente sovietico già premio Nobel per la pace 1975. I tre candidati in lizza sono il dissidente bielorusso Ales Bialiatski, attualmente ospite delle carceri di Minsk, le cantanti punk russe Pussy Riot, e gli iraniani Nasrin Sotoudeh and Jafar Panahi, un avvocato dei diritti umani e un regista.

Il premio Sakharov apporta 50.000 €, contro i 900.000 € che l’UE riceverà dal comitato Nobel. Ma l’Unione impegna già risorse finanziarie ben superiori nei suoi programmi esterni di sostegno alla democrazia nel mondo. Attraverso lo Strumento europeo per la democrazia e i diritti umani (EIDHR), una linea di finanziamento specifica del budget UE, l’Unione finanzia direttamente ONG e organizzazioni della società civile in quei paesi in cui non è diplomaticamente possibile lavorare con i governi nazionali, mettendo a bilancio solo per questo 1 miliardo di euro nel periodo 2007-2012 (circa 157 milioni l’anno), l’uno per mille del bilancio UE, che è in sè l’1% della somma dei bilanci nazionali. Altri programmi UE (il Fondo europeo di sviluppo per i paesi ACP, lo Strumento di cooperazione allo sviluppo per Asia ed America Latina, lo Strumento della politica di vicinato, lo Strumento di pre-adesione) si occupano di cooperazione e promozione della democrazia nel mondo.

Il 2012 segna purtroppo anche il ventennale dell’avvio della guerra in Bosnia, di fronte alla quale l’UE si trovò incapace di agire, come ricorda Luisa Chiodi su OBC. E non mancano i contributi scientifici che ricordano come l’UE spesso non si interroghi veramente su cosa significhi “democrazia” e come esportarla efficacemente. Tuttavia, in questo campo, il bicchiere è mezzo pieno piuttosto che mezzo vuoto: il premio Nobel ce lo ricorda e ci invita a non gettare il bambino assieme all’acqua sporca.